La sicurezza dei radiofarmaci

 

I radiofarmaci, utilizzati dalla medicina nucleare nella diagnosi e cura dei tumori e non solo, possono causare eventi avversi al pari di ogni altro farmaco. Si tratta di evenienze piuttosto rare e nella maggior parte dei casi di lieve entità, ciò nonostante è utile conoscere i potenziali rischi per poterli sospettare senza ritardi nel momento in cui si dovessero verificare.

 

 

I radiofarmaci sono sostanze che contengono isotopi radioattivi utilizzati per scopi diagnostici o terapeutici. Nel primo caso, la radiazione emessa dal farmaco viene captata da uno strumento che produce immagini, come ad esempio la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) o la Tomografia Computerizzata ad Emissione di Fotone Singolo (SPECT) o la Scintigrafia Polmonare. Nel secondo caso le radiazioni ionizzanti vengono sfruttate per distruggere un tessuto patologico, come nel caso di alcuni tipi di cancro alla tiroide.

La maggior parte dei radiofarmaci utilizzati a scopo diagnostico vengono somministrati in quantità irrisorie – nell’ordine dei microgrammi – perciò non sono in grado di produrre effetti farmacologici. Possono comunque determinare eventi avversi a tutti gli effetti, che spesso non sono correlati con il meccanismo di azione della sostanza, perciò risultano per la maggior parte imprevedibili.

Gli eventi avversi da radiofarmaci sono considerati rari. Forse anche per questo motivo le informazioni a riguardo non sono di facile reperimento per i professionisti sanitari nel momento in cui si richiede una consultazione. Per rimediare a questa situazione, alcuni ricercatori dell’Università di Groningen, nei Paesi Bassi, hanno pubblicato recentemente una revisione sistematica della letteratura scientifica per descrivere le caratteristiche degli eventi avversi – frequenza, gravità, meccanismo d’azione – causati da radiofarmaci per scopi diagnostici.

La frequenza generale è stata calcolata in 1.63 eventi avversi ogni 100000 somministrazioni di radiofarmaco. C’è da dire, però, che la frequenza varia molto a seconda della sostanza coinvolta, da un minimo di 0.125% a un massimo di 40.9%.

In totale sono state prese in considerazione 2447 ADR, avvenute in 1804 pazienti.
In ordine di coinvolgimento abbiamo:

  • pelle e tessuto sottocutaneo (26.6%), con (in ordine di frequenza) rash, prurito, eritema, orticaria, iperidrosi;
  • disturbi sistemici o del sito di somministrazione (24.4%) – febbre, “altri eventi non specificati”, “malessere”
  • apparato gastrointestinale (9.8%) – nausea, vomito
  • sistema nervoso (8.5%) – capogiri, cefalea, presincope
  • alterazioni laboratoristiche (7.9%) – variazioni della pressione arteriosa
  • sistema immunitario (7.2%) – ipersensibilità

Sono stati segnalati in tutto 9 decessi:

  • 5 in seguito a scintigrafia polmonare con I-131 o Tc-99m macrosalb, ma in tutti i casi si è trattato di pazienti con una pregressa grave compromissione della capacità polmonare;
  • 2 morti sono avvenute con Tc.99m fanolesomab, peraltro ritirato dal commercio;
  • 2 morti dovute a F-18 fluorodesossiglucosio, tracciante utilizzate nella PET.

C’è stato infine un caso di convulsioni e stress cardiorespiratorio, e un caso di shock settico 24 ore dopo l’iniezione.

Si rimanda all’articolo per le informazioni dettagliate per le singole sostanze, associate agli isotopi Iodio-131 e -123, Indio-111, Tecnezio-99m, Selenio-75, Tallio-201, Gallio-67, Fluoro-18, e altri.

 

Schreuder N et al. “Adverse Events of Diagnostic Radiopharmaceuticals: A Systematic Review”
Seminars in Nuclear Medicine, 2019. https://doi.org/10.1053/j.semnuclmed.2019.06.006

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